DESIGN

CAP. 8.1 – 1992: LA MONTECARLO AUTOMOBILE di Fulvio Maria Ballabio

FABRIZIO FERRARI, DESIGNER, GIORNALISTA E DOCENTE UNIVERSITARIO: UNA VITA SPESA NEL NOME E PER LA PASSIONE DELLE SUPERCARS ITALIANE DELLA “TERRA DEI MOTORI”. STORIE DI VITA VISSUTA, DI LAVORO E PASSIONE, PER UN TERRITORIO UNICO, CHE GLI HA REGALATO EMOZIONI ED ESPERIENZE IRRIPETIBILI!

From: “Fabrizio Ferrari: my memories” (original text in italian). LEGGI ANCHE LA PARTE PRECEDENTE

Dopo il racconto delle mie esperienze di designer indipendente (sembra strano oggi, ma nei mitici anni ’90 del secolo scorso, ancora era possibile, svolgere la libera professione, a “contratto” …)

designer “freelance” per le varie aziende del settore dell’epoca, nella zona del Pianeta Modena: dalla Bugatti di Campogalliano, alla Cizeta, poi la De Tomaso ed infine anche la Lamborghini.

Quindi dopo avervi narrato (vedi puntate precedenti), persino la mia esperienza con una realizzazione, totalmente artigianale e praticamente da zero, la supercar “Toni GT”, nata nei primi anni ’90 tra Maranello e Modena, prima di concludere il racconto di quell’ultimo scorcio del secolo scorso (dagli anni 2000 in poi era poi iniziata la seconda fase della mia carriera, prima come docente, e poi anche come ricercatore e tutor universitario), concludo la mia parentesi di designer indipendnete – facendo un passo indietro e tornando ancora ai primissimi anni ’90 – per aggiungere tre episodi atipici, scelti tra tante esperienze professionali minori di quell’epoca, perché comunque significativi proprio del periodo, ma fondamentalmente ben diversi tra loro, appunto come esperienze professionali.

Una vicenda, per certi versi abbastanza simile a quella della Cizeta di Claudio Zampolli, nel mio caso molto più fugace ed estemporanea, ma che mi condusse, giovanissimo, tra il 1992 e il 1993, assolutamente al di fuori, non solo del Pianeta Modena, ma persino dall’Italia, nella comunque non lontana Montecarlo.

Vedevo infatti sulle riviste, questa GT presentata da un italiano, l’ex pilota Fulvio Maria Ballabio, che vantava quello che ad oggi è tuttora rimasto l’unico marchio automobilistico del Principato Monegasco. Un’auto che da una parte m’intrigava per le sue caratteristiche generali e dall’altra mi invitava fortemente a voler far parte dell’avventura, in quanto il suo design non mi convinceva del tutto, ma mi dava una strana sensazione di incompiuto o, se vogliamo di “provvisorio” … (parere del tutto personale)

Fu così che rintracciai la sede ed il numero di telefono della MCA Automobile (allora i telefonini erano ancora merce rara) e presi il coraggio di provare a contattare direttamente il Sig. Ballabio. Il quale, incredibilmente, non solo mi rispose ma, dopo che mi ero velocemente presentato, m’invitò persino a fargli visita, direttamente nella sede dell’azienda, a Montecarlo!

Fu un altro viaggio avventuroso, a bordo della mia sfruttatissima FIAT Uno 1000 Fire (a gas metano), ma l’accoglienza del Sig. Ballabio fu molto cordiale ed aperta. Gli spiegai subito quali fossero le mie idee, scattai innumerevoli foto all’azienda (in pratica un enorme garage alla base di un palazzone) e soprattutto alla MCA GTB, la supercar della Montecarlo Automobile e, tornato in quel di Busseto, mi misi subito all’opera.

Dopo aver realizzato un dipinto/illustrazione della GTB originale, schizzai velocemente diverse alternative di design, che tenevano però assolutamente conto del layout e soprattutto del telaio e delle componenti base della GTB già prodotta, in modo da non aggravare inutilmente i costi di produzione e con la chiara intenzione di non stravolgere il progetto ma, allo stesso tempo, di aggiungere al design molto più carattere ed un piglio maggiormente aggressivo, per una supercar che lo era già nelle sue caratteristiche tecniche, ma secondo me non ancora pienamente nell’aspetto esteriore.

Avevo già acquisito i principali dati tecnici della GTB: la classica berlinetta due posti secchi a motore centrale con telaio in fibra e carrozzeria leggera anch’essa di materiali compositi, ma al momento, decisi di non realizzare ancora le proiezioni ortogonali, bensì solo una serie di schizzi preliminari, ovviamente “compatibili” con le misure di base del progetto, in modo da creare diverse alternative di design, intorno alla stessa base ed anche allo stesso concetto di design, che io avevo immaginato per la GTB di Ballabio.

Infine, di quella che io reputavo l’alternativa migliore, realizzai anche il classico “figurino a colori”, in modo da valorizzare così la mia prima presentazione.

L’appuntamento era sulla pista di Imola, se non ricordo male nel novembre del 1992, dove Ballabio si era recato con due esemplari, una GTB ed una “Beau Rivage”, la versione “targa” con il tetto asportabile, per una sessione di test in pista, con relativa presentazione delle sue vetture, ai potenziali clienti ed alla stampa.

Fu in quell’occasione che, ancora giovanissimo ed inesperto designer, ebbi la fortuna di incontrare così un altro personaggio incredibile, coinvolto nell’avventura di Ballabio come motorista (dopo che sui primi prototipi era già stato montato un V12 Lambo della Countach): nientemeno che l’Ing. Carlo Chiti!

Conosciuto in tutto il mondo per aver creato la prima F.1 a motore centrale per il “Drake”, la famosa e ultra vincente “Sharknose” (1961 F.1 World Champion con Phil Hill), ma poi soprattutto per aver creato e gestito per oltre trent’anni l’AutoDelta, il famoso reparto corse dell’Alfa Romeo, da cui uscirono tutte le più vincenti GT, Sport, F.1 ed i motori da competizione dell’Alfa Romeo, sino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso!

All’epoca Chiti, dopo l’uscita dall’AutoDelta, gestiva la sua azienda di motori, la “Motori Moderni” di Novara e, appunto, era divenuto il fornitore ufficiale dei motori per la Montecarlo Automobile.

Ebbene: fu una giornata memorabile in tutti i sensi, sia per le esperienze che feci, sia anche, purtroppo, perché alla fine si rivelò totalmente inconcludente, almeno per quanto mi riguarda.

Ma prima le esperienze positive: il contatto con l’Ing. Chiti, presentatomi direttamente dal Sig. Ballabio, poi ancora il contatto con la MCA GTB, questa volta non solo in modo statico, ma anche facendo alcuni giri di pista a fianco dello stesso Ballabio (che guidava) ed infine il dunque: la presentazione delle mie idee (definirle progetto, mi sembra eccessivo, quello, semmai sarebbe venuto in seguito, eventualmente).

Da questo punto di vista, fu una grande delusione, anche se, l’incoraggiamento lo ricevetti invece, a sorpresa, proprio dall’Ing. Chiti.

Purtroppo Ballabio in quell’ occasione si rivelò piuttosto distratto ed apparentemente non così interessato, credo soprattutto perché molto preso dalla situazione contingente, con tanti curiosi intorno.

Quando finalmente si decise di salire sul Motor Home, sollecitato dallo stesso Chiti, per dare uno sguardo ai miei lavori, mentre Ballabio mi fece ben presto capire che la sua attenzione in quel momento era da tutt’altra parte, l’Ing. Chiti volle vedere tutti i miei schizzi e figurini, esaminandoli con grande interesse e curiosità.

A quel punto io ero confuso e, a causa della mia inesperienza, facevo ancora fatica a capire gli avvenimenti che turbinavano velocemente intorno a me. Fu lo stesso Chiti a farmi i complimenti per il lavoro fatto e pure a spiegarmi che, certamente la MCA avrebbe ben avuto bisogno di un designer con idee ma che, purtroppo, in quel momento, le priorità di Ballabio erano chiaramente ben altre …

Chiaro che, così giovane ed inesperto, non potevo aver capito subito quello che poteva essere la grande difficoltà di lanciare un nuovo Marchio (oggi si direbbe Brand) Automobilistico dal nulla …

In effetti, Ballabio al momento considerò maggiormente il mio dipinto/illustrazione delle GTB e “Beau Rivage”, per mere questioni di immagine e marketing.

Purtroppo, come avrei potuto facilmente immaginare oggi (con oltre 30 anni di esperienza alle spalle), la Montecarlo Automobile, all’epoca non aveva ancora superato la delicata e difficilissima fase iniziale, dove occorre soprattutto “badare al sodo”, per ottenere credibilità ed i necessari finanziamenti per un minimo piano, se non industriale (chiaro che si trattava comunque di serie limitatissime), almeno di produzione artigianale.

Fase che la Montecarlo Automobile, ancor più della Cizeta di Zampolli, purtroppo non superò mai ed infatti, anche la vera produzione non iniziò mai ed il tutto si arrestò con una manciata di auto prodotte, praticamente una diversa dall’altra, in quanto veri e propri prototipi.

Per questo motivo il design non venne mai seriamente sviluppato e definito ed anche il mio iniziale lavoro di ricerca, fatto con l’entusiasmo e l’ingenuità tipiche di chi non ha esperienza, rimase per forza di cose lettera morta, senza alcun seguito progettuale. (CONTINUA)

 

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